Leggende Popolari

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LA LEGGENDA DEL "BUE MARINO" Anche il mare ha le sue superstizioni… Piacemi qui registrare il pregiudizio del bue marino, nel quale ha credenza il popolo d´un pic¬colo villaggio: Avetrana, sita a due chilometri dal mar Ionio, e circon¬data da paludi. Da una di queste paludi, a sud-est del villaggio, esce, specialmente in tempo di burrasca, un cupo lamento, che si ripete di tratto in tratto per tre o quattro volte. Il lamento somiglia alla voce del bue, e nella notte risuona lugubremente per grande estensione di spazio. Anch´io, trovandomi in quelle vicinanze a caccia, l´ho ascoltato di giorno e di notte. È uno strano muggito, di bue ferito e agonizzante. Il popolo vi ha ricamato mille bizzarre storielle, tramandate di generazione in gene¬razione. Chi racconta che un giorno, in quel punto, scomparve un gran ca¬valiere saraceno, montato su di un magnifico cavallo nero, colle armi, le corazze e le bardature di oro massiccio, e che da quel giorno invoca aiuto, senza che nessuno possa apprestargliene. Altri racconta che colà gettossi a capo fitto, nel cuor della notte, un frate, un giovane frate impazzito per amor d´una bella donna, e che quel / lamento che s´ode è la voce dell´infelice, condannato in eterno in quel luogo di martirio. Ed altri dice che un giorno dal prossimo mare uscì un gran mostro, che somigliava a un bue, ma era dieci o venti volte più grande di questo: pellegrinò il mostro per queste terre, poi cadde nella palude, da cui non può uscire. E altre, e altre ipotesi si fanno dalla feconda fantasia popolare. La verità scientifica è questa, se non cado in errore: la palude co¬munica per nascosti o sotterranei meandri, col mare Ionio; quando spi¬ra vento di scirocco, questo si gonfia a tempesta, e invade quella e al¬tre paludi: entrando le onde violentemente nelle misteriose grotte del sottosuolo, producono quel lamento, o muggito. Ma il popolo di scienza non comprende neppure il nome, e sorride di incredulità a chi lo spiega così, e ritiene e tramanda di padre in figlio la graziosa leggenda sopra riportate. (tratto da G.Gigli, Superstizioni, pregiudizi e tradizioni in Terra d’Otranto, 1893) IL TESORO DEGLI IMPERIALI Si racconta che un tal Morleo di Avetrana foggiò quello degl´Imperiali, e persuase uno sciocco calzolaio di / farne ricerca praticando certi spergiuri per al¬lontanare il diavolo. Tali spergiuri gli costarono un occhio, dovendo vendere una piccola proprietà per circa mille ducati, per gli occorrenti preparativi. Il Morleo appuntò il ritrovo per una sera burrascosa, e, dopo aver suggerito al burlato di portar seco i denari e di gettarli a un dato momento in un pozzo, si travestì da demonio e con uno strascico di catene e al bagliore di lampi s´affacciò al malcapitato calzolaio, il quale fu lì lì per spirare, e lanciati i denari nel fosso si diè a chiamare Dio e i Santi. Dopo un momento riavuto si trovò solo e senza i denari del terreno venduto. La giustizia ne fu interessata e due anni fa, dal Tribunale di Taranto, l´astuto Morleo fu condannato al carcere e al risarcimento dei danni. (tratto da G.Gigli, Superstizioni, pregiudizi e tradizioni in Terra d’Otranto, 1893) IL FURTO DELLA STATUA DI S. ANTONIO (da una testimonianza orale) Esiste ancora, nell´attuale salone della chiesa matrice, una vecchia statua di S. Antonio di Padova interamente scolpita in pietra, sulla cui base sono incise le lettere S.A.P. (Sanctus Antonius Paduae). Unica menzione quella dell’ l’arciprete Francesco Valerio Briganti nel 1747 che, in una sua relazione sulla chiesa parrocchiale, la descrive con un angelo d´argento. Di fattura non eccelsa la sua realizzazione potrebbe collocarsi intorno alla seconda metà del XVII secolo circa. Orbene, a questa statua sembra sia legato un antichissimo aneddoto che tuttora i più anziani amano ancora raccontare ai più giovani. La leggenda racconta che nottetempo ignoti (la tradizione vuole manduriani) giunti, con un biroccio trainato da buoi, nei pressi della chiesa prelevarono la pesantissima statua dileguandosi poi nel buio della notte. Bisogna sapere che a quel tempo la statua era collocata in una delle due nicchie in basso del prospetto principale (sull´altra vi era la statua di S.Biagio). La loro collocazione era giustificata dal fatto che entrambi erano venerati come protettori del borgo. In poco tempo e tra mille scossoni, attraversando silenziosamente il borgo, il carretto era oltre le mura. Tuttavia, giunti nei pressi dello "spartifieu", al confine, vale a dire, interfeudale Avetrana/Manduria, per cause misteriose la statua divenne così pesante, tanto che i pur possenti animali non riuscivano più a trainarla. I trafugatori allora, per farla diventare più leggera, decisero di asportarne parte del retro: ma anche così non c’era niente da fare: la statua restava lì immobile e più pesante che mai. Interpretando il tutto come sinistro presagio essi decisero di riportare indietro la statua che (altro prodigio) all´istante divenne leggerissima. La ricondussero rapidamente nel borgo, la abbandonarono sul sagrato della chiesa e se la diedero frettolosamente a gambe, Lì, il mattino seguente, parroco e fedeli, la trovarono, esterrefatti e senza darsi spiegazioni. Impossibile stabilire se la statua in questione sia quella attualmente conservata nella salone della chiesa, tuttavia una rapida osservazione della scultura permette di cogliere una strana coincidenza con i fatti narrati cioè: il retro della statua risulta effettivamente come svuotato. E dunque, realtà o leggenda? Impossibile dare una risposta certa finchè non c’è il supporto di un adeguata documentazione storica.